Mente in Strada – Ep 1 | “Raccontare La Brigata attraverso gli strumenti della psicologia di comunità”

Mente in Strada – Ep 1 | “Raccontare La Brigata attraverso gli strumenti della psicologia di comunità”

“Raccontare La Brigata attraverso gli strumenti della psicologia di comunità”

Oggi grazie a Martina Mangino, volontaria dell’associazione, la Brigata porta sul proprio sito e sui propri social la prima puntata di “Mente in strada” una serie di articoli su uno dei problemi fondamentali delle Persone che vivono in condizioni di estrema marginalità sociale. In questo episodio parliamo della psicologia di comunità e della sua applicazione empirica, ma anche di cosa sia in teoria grazie a Martina.

Ciao chi sei?

Sono Martina Mangino, laureanda in psicologia di comunità, della promozione del benessere e del cambiamento sociale e volontaria de La Brigata da 5 anni. In questi anni di studio e lavoro in strada con La Brigata ho acquisito una visione sfaccettata del fenomeno, che unisce conoscenze accademiche e conoscenze acquisite con l’esperienza. 

 

Di cosa si occupa la psicologia di comunità?

Per definizione una comunità è un insieme eterogeneo di persone caratterizzato da relazioni sociali dinamiche e mutevoli, che si organizzano in gruppi in grado di attivarsi per raggiungere obiettivi condivisi. In questo senso La Brigata è uno dei gruppi appartenenti alla comunità di persone della città di Salerno che si attiva per contrastare le disuguaglianze sociali e promuovere la partecipazione di tutte le persone a tutti gli aspetti della vita della comunità. La psicologia di comunità studia l’individuo per come è inserito nel suo contesto di vita, i rapporti con le altre persone e gruppi sociali e la reciproca influenza tra individuo e contesto. In questo senso le cause della grave marginalità sono legate sì a fattori individuali, come disturbi mentali o perdita del lavoro, ma anche e soprattutto a fattori contestuali, cioè fattori relazionali come divorzio, istituzionali come mancanza di sussidi e strutturali come stigma sociale o rincaro degli affitti.

Inoltre l’obiettivo è attivare un processo di empowerment: il processo che porta le persone ad acquisire maggiore potere sulla propria vita, basato su percezione di controllo (fiducia nelle proprie capacità, senso di autoefficacia, autostima, speranza); consapevolezza critica (capacità di analizzare i contesti di vita e comprendere i rapporti di potere, le risorse a disposizione, gli ostacoli all’azione); partecipazione (impegno e responsabilità del singolo nel raggiungere un obiettivo collettivamente determinato). Il nostro obiettivo finale è restituire alle persone senza dimora il potere sulle proprie vite, in modo che si sentano in grado di scegliere autonomamente e che non si sentano dipendenti dai servizi di assistenza. 

 

Cosa si intende per grave marginalità?

La grave marginalità è una condizione di esclusione sociale dovuta a povertà estrema, assenza di dimora stabile, precarietà abitativa e isolamento relazionale.

Tra le persone che vivono in condizioni di grave marginalità ci sono le persone senza fissa dimora. Secondo FEANTSA (la Federazione Europea delle Organizzazioni Nazionali che Lavorano con le Persone Senza Dimora) in questa categoria rientrano

  • le persone senza tetto, cioè coloro che vivono in strada
  • le persone senza casa, che si appoggiano a dormitori o centri diurni;
  • persone che vivono in alloggi non sicuri (per esempio a rischio sfratto o in situazioni di violenza domestica);
  • Persone che vivono in alloggi inadeguati come caravan o case sovraffollate

 

La fio.PSD (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora Ente del Terzo Settore) parla anche di giovani senza dimora, riferendosi a giovani che al compimento del 18° anno, non hanno una soluzione abitativa, per esempio giovani provenienti da comunità per minori che raggiunta la maggiore età devono lasciare la struttura ospitante. Parla anche di grave emarginazione domestica, che coinvolge persone adulte o anziane sole o in coabitazione con altre persone, con problematiche psico-sociale, scarse relazioni significative in seguito a perdite o rotture con la famiglia o auto isolamento e difficoltà nella tutela del proprio benessere psico-fisico.

 

Negli anni di servizio in strada con La Brigata abbiamo incontrato persone appartenenti a tutte queste categorie. Per noi volontari è importante non fermarci allo stereotipo della persona senza fissa dimora come uomo adulto di mezza età che dorme in strada ma intercettare tutte le tipologie di utenti come giovani migranti, persone anziane che pur avendo una pensione non riescono a trovare una soluzione abitativa adeguata, persone adulte che pur avendo una casa trascorrono la maggior parte del loro tempo in strada per socializzare e non rimanere isolate in casa. 

 

Qual è l’approccio migliore al lavoro con la grave marginalità?

L’approccio migliore è un approccio ecologico e multilivello, che considera l’individuo ma anche tutti i fattori contestuali, cercando di agire sugli ostacoli che contribuiscono a fare rimanere l’individuo bloccato nella condizione di persona senza fissa dimora. Un approccio che non tiene conto di tutti questi fattori sarebbe un approccio colpevolizzante verso la persona senza dimora e risulterebbe un approccio assistenzialistico, che aiuta la persona a soddisfare i bisogni primari di cibo e riparo ma senza progettualità a lungo termine. Di questo approccio senza progettualità fa parte l’apertura dei dormitori o strutture di accoglienza limitata al periodo dell’emergenza freddo o con l’obiettivo di risolvere (temporaneamente) il problema del “degrado urbano” che periodicamente ritorna nel dibattito pubblico salernitano. 

 

Qual è l’approccio adottato da La Brigata?

La Brigata tenta di andare oltre l’approccio assistenzialistico, unendo al momento della consegna del pasto anche un momento di chiacchiera informale con la persona, per resitituirle dignità e farla sentire vista in quanto persona, prima che in quanto persona senza dimora. Questo momento è funzionale anche alla creazione di una relazione di fiducia tra volontari e utenti e all’eventuale raccolta di informazioni sulla persona per indirizzarla agli altri servizi del territorio. Per quanto possibile e con le risorse a disposizione, proviamo a fare rete con le altre unità di strada, con le politiche sociali, con i servizi sociali e stiamo pian piano costruendo gli strumenti per poter lavorare anche su fattori relazionali e strutturali oltre che su quelli individuali, per esempio qualche anno fa, con i finanziamenti della partecipazione a bandi abbiamo attivato sportelli di orientamento al lavoro, psicologico e medico gratuiti per sopperire al l’inaccessibilità istituzionale a questi servizi da parte di alcune fasce della popolazione.